Vi capita mai di uscire pensando di passare una bella serata divertente e poi oltre a quello, torni a casa con la sensazione di aver anche imparato qualcosa? Che ti senti arricchito dentro, che ti accorgi che comunque sei fortunato perché le persone che hai intorno non sono solo una compagnia piacevole ma anche costruttiva, e che fai parte di un gruppo su cui poter contare? Beh, a me succede poche volte, e quindi l’altra sera l’ho apprezzato tantissimo.

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    La formazione era la migliore possibile, con una defezione non proprio trascurabile anche se giustificata. Qualcuno ci ha definito “la banda del bicchiere vuoto”, nel senso che il bicchiere si svuota subito, ma non è proprio così, noi assaggiamo, degustiamo, analizziamo, ma poi, beviamo. Qualcuno può obiettare sulla cosa? Ci siamo incontrati a “casa di Ema”, che non è un ristorante né un agriturismo ma è dove Ema è andato ad abitare. Quale occasione migliore per un brindisi?

    Ad aprire lo stomaco, come nelle migliori sciammadde (i locali genovesi di una volta, mai soppiantati da locali finger food, rosticcerie e bistrò, paninoteche od altro, il cui nome deriva dalle fiammate del forno a legna in cui i cibi, tutti rigorosamente liguri, vengono cucinati), quindi farinate, torte salate di vari tipi, frittelle e frisciou, panisse e focaccia – normale e con le cipolle, torta di melanzane, e poi ancora crostini con fegatini ( alla toscana), e speck, lardo pancettato, testa in cassetta, salame cotto e di Varzi come companatico.

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    Ad accompagnare: brindisi di apertura con Franciacorta “Le Marchesine extra brut” 2007, ottimo, a parte la temperatura un po’ alta. A seguire Champagne “Prestige des Sacres” 2007 Millesimato, che nonostante la temperatura più corretta e le aspettative (non so se condividete, ma in genere lo champagne la crea sempre), non si è assolutamente lasciato preferire al primo.

    Per restare all’estero, il vino successivo è stato il Kendall Jackson, Vintner’s reserve 2010 un risling californiano.  All’assaggio alla cieca, il dubbio iniziale che ho avuto subito, a causa del suo profumo spiccato, è stato tra sauvignon molto agrumato/tropicale  o un risling “particolare”, ma all’assaggio il residuo zuccherino e la spiccata aromaticità ha risolto in favore del secondo. Una curiosità piacevole al naso ma che in bocca, con tutta quella frutta e la carica aromatica intensa risulta un po’ squilibrato.

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    Tra l’antipasto ed il primo abbiamo aperto un Ruchè di Castagnole del Monferrato, Tenuta dei Re del 2011. Buon vino dal colore rosso rubino non intenso, anche se ricordavo il ruchè per il suo profumo fruttato ma anche floreale,  molto vicino alla rosa, la violetta.  Questo invece  tende maggiormente al fruttato che al floreale; leggermente speziato, in bocca è fresco, dall’acidità fresca ma che lo mantiene morbido.

    Montecucco gutturnio superiore 2011, produttore Civardi. non male, peccato che fosse un po’ sovramaturo. Come il buon O’Catilina suggeriva, se lo fosse, sarebbe un discreto ripasso. (a ben pensare, se una rosa avesse i profumi di un’orchiedea, non so se sia una cosa positiva o meno, ma andiamo avanti). A seguire spaetzli di zucca conditi con burro e salvia, cubotto di cotechino con il suo contorno (lenticchie e patate al forno). In vini abbinati:

    Barbera d’Asti Bricco Dani Villa Giada, 2010 un vino didatticamente perfetto al colore, all’olfatto,  in bocca, nel retrogusto e nella persistenza. Strutturato, di corpo, franco, elegante.

    Le drude Taurasi Michele Laluce Aglianico del Vulture 2008  colore rubino intenso con riflessi violacei al naso si avverte l’alcol, la frutta matura, la pulizia come in bocca, vino dall’ottimo corpo, franco e deciso nelle sue note minerali, nei profumi ma soprattutto nel tannino ben presente anche se non estremamente ruvido. Sicuramente un vino che poteva restare ancora qualche anno in cantina.

    Arnaldo Caprai Anima Umbra 2007 . Vitigno sangiovese e canaiolo, vino che ha fatto 8 mesi di barriques. Buon vino,  al naso frutta rossa abbastanza matura di prugna e ciliegia, all’assaggio presenta buona alcolicità, intenso, nel complesso mediamente strutturato, di corpo. Forse solo un po’ stanco. O forse lo ero io? Può darsi, anche perché chiacchierare e bere con attenzione non è facile, neppure per una donna.

    Siamo passati ad un altro umbro,  Sagrantino di Montefalco, Cantine Martinelli del 2002 e nel frattempo abbiamo tirato fuori un bel tagliere di formaggi. Il vino, nonostante l’età era ancora valido, certamente non aveva più il profumo intenso, né la freschezza che mi aspetterei dal sagrantino, ancora un buon tannino, buona struttura ma decisamente oramai impoverito nel bouquet e nell’acidità. Gli rimane la sua morbidezza ed avvolgenza.008

    Salendo ancora siamo finiti sul Cavaliere di Michele Satta, annata 1998 della zona di Bolgheri, 100 % sangiovese, 12 mesi di barrique. Una scommessa che O’stressato (è lui che ha portato la bottiglia) non ha perso. Certo, un vino dove i profumi si erano evoluti, quasi a spegnersi, emergevano un po’ le spezie, aveva un sentore di sottobosco quasi terroso, i tannini morbidi lo hanno comunque mantenuto piacevole in bocca.

    La  panna cotta al caramello è andata a braccetto con Chaudelune 2010 Vin Blanc de Morgex et De La Salle, prodotto con l’autoctono priè blanc. E’ un  Icewine, eiswein o vin de Glace, come ognuno preferisce per indicare il vino vendemmiato quando il ghiaccio colpisce l’uva e, per un effetto chimico naturale, gli zuccheri e gli estratti  contenuti negli acini vengono concentrati. La vendemmia viene fatta di solito la notte e la pigiatura del vino ad una temperatura sempre sotto lo zero in modo che non si sciolga il ghiaccio durante la pressatura ma venga scartato lasciando che venga raccolto solo il succo concentrato. L’affinamento avviene in botti. Un vino complesso, a mio avviso penalizzato dal fatto che il dolce fosse” molto dolce” (con gli “ice” preferisco l’accompagnamento con formaggi erborinati, pasticceria secca o anche da solo), fossimo seduti da diverse ore ed oramai bocca e naso fossero saturi di sapori. I profumi ricordavano le erbe officinali, un che di salmastro, ed in bocca l’ albicocca disidratata, e di nuovo una nota vegetale, quasi di macchia ligure (rosmarino, salvia), sapido. Sicuramente un vino che si distingue dai classici passiti.

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    Il secondo passito assaggiato è stato l’LV, cantina De Alessi, tenuta San Sebastiano. Moscato di vendemmia tardiva  maturato in barriques, fresco e di buona acidità, in bocca e al naso si sente la frutta bianca, la fragranza e la dolcezza del moscato. Per nulla stucchevole invita a riberlo.

    Alla fine rileggendo il tutto, spero di non essere stata prolissa, perché la serata non lo è stata affatto ma anzi, frizzante, intensa, di classe, come dovrebbero essere le serate migliori con “la migliore  formazione possibile, ma con una defezione non proprio trascurabile anche se giustificata”. Alla prossima!!!

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