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    La gita a Nice, Nizza, in occasione del Salon Des Vignerons Indépendant, organizzato all’interno del Parc des Expositions Nice Acropolis, è stata l’occasione per assaggiare e togliermi delle curiosità su alcuni vini francesi e aprirmi nuovi orizzonti grazie agli oltre 200 espositori rappresentativi delle diverse regioni vitivinicole (Alsace, Bordelais, Borgogne-Beaujolais, Calvados, Champagne, Cognac–Charentes, Jura-Savoie, Languedoc-Roussillon, Provence-Corse; Sud-Ouest-Armagnac; Loire-Vendèe; Vallèe du Rhone). Ho potuto confrontarmi con vini completamente diversi rispetto a quelli cui siamo abituati e l’essere andata con altre persone mi è servito perché se è vero che un po’ ti influenzi, è vero anche che le obiezioni o i commenti fatti ti possono far focalizzare su spigoli o morbidezze che non avresti pensato o che ti sarebbero sfuggite. La giornata mi è piaciuta, poter conoscere nuovi vini, nuovi produttori, poter confrontarli tra loro assaggiandoli, ritornarci sopra per vedere se ti lasciano le stesse sensazioni e poterli poi acquistare direttamente da loro è stato un plus. Senza contare che si può creare un rapporto diretto che può proseguire direttamente in cantina. Ma non c’è stato solo quello, non si trattava di assaggiare soltanto dei vini francesi, ma quelli des vignerons indépendant cioè dei vignaioli indipendenti di cui apprezzo il lavoro e ciò che stanno promuovendo.

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    Essi nascono come gruppo in Francia diffondendosi poi nel resto d’ Europa e in Canada – Per l’ Italia il riferimento è la FIVI, FEDERAZIONE ITALIANA VIGNAIOLI INDIPENDENTI, sito internet www.fivi.it. Questi  cominciano ad essere numerosi e soprattutto strutturati creando curiosità ed interrogativi ora positivi ora scettici. Oscar Wilde diceva che c’era solo una cosa peggiore del “far parlare di sé”, ed era il “non far parlare di sè”. Quindi, d’accordo con l’aforisma e con il principio che muove l’associazione, ma che credo dovrebbe essere la mission di ogni produttore…

    I vignaioli seguono personalmente l’intera filiera del vino, dalla coltivazione in vigna il più ecocompatibile possibile, alla vinificazione dell’uva e l’imbottigliamento, anch’essi il meno invasivi possibili (dalla solfitazione al non filtraggio ecc.), fino alla commercializzazione e vendita con un occhio alla tradizione e un’altra al consumatore. Con questa filosofia si può apprezzare la diversità e la ricchezza dei singoli vitigni e del vino stesso sul quale il terroir e la cultura del produttore determinano la peculiarità del risultato finale. Certo, a volte i vini possono apparire difettosi, i bianchi non filtrati non sempre sono luminosi come quelli che subiscono lavorazioni più complesse. Devo dire che, tra i vini che abbiamo assaggiato, potevano piacere o meno, essere pronti o da affinare, di difettosi ne abbiamo trovati pochi, segno che lo standard qualitativo era globalmente molto alto.

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    Un’altra cosa che mi ha colpito è stata l’attenzione, l’entusiasmo dei produttori nell’esporre, presentare i vini e nel descriverli ed anche il feedback da parte di noi assaggiatori. In tutti gli stand chi aveva il vino nel bicchiere chiacchierava coi produttori, si confrontava con l’eventuale accompagnatore; forse grazie anche ad un afflusso di persone buono ma non straripante, senza ressa nè calca davanti ai banchi. Persino nei banchi più affollati le persone aspettavano tranquillamente, così da avere la possibilità di assaggiare, pensare ed eventualmente acquistare. Tra l’altro l’acquisto in loco ho scoperto in prima persona essere particolarmente conveniente. Non ho quindi potuto resistere alla tentazione di qualche bottiglia di Champagne (guy de Chassey e Champagne Benoit), di un paio di Chablis 1er Cru Domaine Du Colombier e un paio di Pouilly-fumè di Noel Earl (Patrick), per chiudere con un Chateauneuf-du Pape e un Lirac di Chateau de la Gardine. I vini sono da riassaggiare con calma, magari lasciandoli ancora un po’ ad affinare in fondo alla cantina. Senz’altro centellineremo la splendida bottiglia di Armagnac che ci siamo concessi.

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    Al rientro a casa le domande che più mi sono state fatte fanno trapelare quanta ignoranza (e a volte anche presunzione mista a curiosità) ci sia attorno al vino tra chi è solo “bevitore”. Tanti si credono intenditori, ma poi non conoscono la differenza tra Prosecco e Spumante, credono che il Cartizze sia una marca e si pensa che la differenza tra Beaujolais e Novello stia nel fatto che uno sia la traduzione dell’altro nelle rispettive lingue, che l’Armagnac… forse è uno stilista?… e così via. Quelle che ti fanno più riflettere però sono due: “ma sono così buoni?” sottinteso, “per quanto sono famosi e se li fanno pagare?” Oppure “ma sono veramente più buoni dei nostri?” sempre sottinteso “per essere così noti e citati?” ed infine “Quali sono più buoni, gli italiani e i francesi?” come se un numero comunque ampio di assaggi ti consenta di dare un’opinione così azzardata.

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    Nell’immaginario comune i francesi sono identificati come produttori di Champagne, di Bordeaux coi loro Chateaux, dei grandi di Borgogna (dove non si producono solo bianchi ma anche ottimi rossi) il Beaujolais (ma sempre come sinonimo, ahimè, di novello). E a nessuno viene in mente che in Francia ci sono altre regioni ed altre Appelation (le nostre denominazioni), che esistono anche vini che non raggiungono la complessità dei mostri citati sopra ma che si fanno apprezzare coi loro profumati bianchi o fruttati rosè e con dignitosissimi rossi senza recare troppo danno ai nostri portafogli. E che in diverse parti della Francia fanno metodi classici che non possono chiamare Champagne essendo fuori dalla regione ma sono comunque molto buoni ed a prezzi accessibili. Il mondo francese del vino è, appunto, un mondo e, come per i nostri, vanno assaggiati, analizzati formandosi una opinione che, per quanto esaustiva sarà necessariamente parziale, a maggior ragione per i vini des vignerons indépendant in quanto ogni vino ed ogni annata è diversa dall’altra.

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