Venerdì 24 gennaio 2014 alle 18, 30 presso il Punto Feltrinelli di Pomigliano d’Arco in Via Roma 281 (ampio parcheggio gratuito), si presenta con un nuovo format, la “guida alle trattorie di napoli, storie, luoghi e ricette della tradizione” della giornalista Giulia Cannada Bartoli.

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    Ecco un breve estratto del libro: “”scoprirete, divertendovi, una guida-racconto, trasposizione rivisitata degli articoli di una rubrica dedicata alle osterie e trattorie napoletane da me pubblicata su internet dal settembre 2010. L’unico limite che avevo era la soglia di prezzo, massimo 25 euro; per il resto, avendo una formazione umanistica, sono scesa in profondità: creando un’empatia immediata con i titolari delle trattorie, al 90% con una storia di oltre cinquant’anni, se non secolare. In tutti i locali si parla la lingua vera, quella che oggi si sta perdendo. Non ho seguito schemi, perché Napoli non ne ha mai avuti. La prima mossa è stata la ricerca dell’etimologia dei due termini ‘Trattoria’ e ‘Osteria’ riportati per esteso alle pagg. 43 e 156 della guida. Incontri con persone autentiche, poco inclini al lucro, nessun risparmio sulle materie prime, in sostanza quelle della cucina dei napoletani conosciuti già dal XVI secolo come ‘magnafoglie prima e ‘magnamaccheroni’ poi. Pasta in tutti i modi della tradizione,

    (Ragù e Genovese in primis) pane (sempre eccezionale), parmigiane di melanzane, polpette, braciòle, frittate, baccalà, trippa, sono solo un esempio dei menù quotidiani. Persino il fuori menù è ammesso, dal momento che molte delle trattorie si trovano nei pressi di famosi mercati rionali a cielo aperto: basta uscire per soddisfare il desiderio del cliente. Poco alla volta, è riemersa una Napoli differente, quella che ha ritrovato la cucina della memoria; ho avvertito la necessità di approfondire e inquadrare con ‘leggerezza’ la storia di tanti quartieri, raccontando e descrivendo piazze, vicoli, chiese e monumenti. L’idea di passare dal web alla carta stampata nasce da suggerimenti e richieste di alcuni lettori: realizzare una guida da poter consultare in modo tradizionale, per mantenere vivo quel particolare piacere di sfogliare un libro, per sua natura capace di trasmettere ‘tangibilmente’ sensazioni, riflessioni ed evocare ricordi. Questa guida si propone, attraverso racconti e leggende del passato, di descrivere le trattorie, l’ambiente, le persone, le pietanze, nel loro contesto storico e socio-culturale. Il legame fra le trattorie, la vita di quartiere e quella dei clienti, quasi sempre abituali, è strettissimo. A Napoli, come in poche altre città, c’è ancora l’usanza dell’asporto del ‘cucinato’: mamme in difficoltà, impiegati, operai, vengono a comprare porzioni del menù del giorno, invece di rovinarsi la salute in fast food o in rosticcerie improvvisate. Anche le persone in difficoltà,(sempre di più in questi tempi) ricevono sempre un piatto caldo o la classica ‘marenna’ (il pane farcito con il ‘cucinato’). L’oste o l’ostessa, a conferma dell’etimo (ospes, ospite) accolgono tutti con grande calore, senza differenze di sorta, imparando velocemente nomi, gusti e orari dei singoli clienti e ricevendo, con la stessa confidenziale gentilezza, anche i nuovi avventori, in virtù dell’innato senso della convivialità e cordialità del popolo napoletano, quello autentico. Scambi di opinioni con tanti turisti: le loro guide riportano argutamente tutte le trattorie visitate. Non si può dire di aver conosciuto Napoli in profondità senza averne assaggiato la cucina tradizionale, tramandata di generazione in generazione e, per di più, a costi accessibili. Andando avanti nelle visite, passione e curiosità crescevano, risvegliando in me l’amore profondo per Napoli, misto a rabbia nel constatare come si è ridotta:è come se Napoli fosse una signora molto bella, truccatissima, ma non curata nell’intimo. Qualche piazza è stata trasformata in effimeri salotti chic e ci si è dimenticati del cuore di Napoli, ne hanno fatto “nu quadro ’e lontananza…”

    Non è bene, tuttavia, piangersi addosso ed esaltare i lati negativi… altrimenti si dovrebbe ascoltare Eduardo: «Fuitevenne ’a Napule!». Noi non scappiamo, vogliamo bene a questa città, nonostante tutto. Le cinquanta trattorie sono diventate rifugio di sana umanità; sapori e ricette che sopravvivono grazie alla fatica di persone che, per restare in pari, lavorano anche diciotto ore al giorno con instancabile passione ed entusiasmo. La conduzione dei locali è sempre familiare, il che aiuta a contenere i costi. Qui si mangia anche alle quattro del pomeriggio o a tarda notte. Tante sane risate nell’assistere ad allegri litigi e rimbrotti tra genitori e figli o tra marito e moglie. Indimenticabili nomi, sorrisi e ringraziamenti sinceri di persone semplici con le quali si è instaurato un rapporto di sincera amicizia. Naturalmente, Napoli e provincia celano ancora molti di questi tesori; questo lavoro vuole essere perciò, solo un primo approccio, per poi continuare a viaggiare in città e, soprattutto, in provincia, per scoprire altre meraviglie umane e gastronomiche. Ciò che rimarrà scolpito nella memoria e nel mio cuore è il modo di intendere la vita di queste persone, i veri napoletani: «stamm’ sott’ ’o cielo, ’a vita è nu muorzo»; non possiamo prevedere il futuro, inutile angustiarsi, la vita è breve, non va sprecata, ma assaporata attimo per attimo, magari, trovando conforto nel buon cibo quotidiano della tradizione partenopea, nella dignità e nel piacere dell’affettuosa e solidale condivisione – pur non conoscendosi a fondo – di gioie e dispiaceri .” Ecco credo di averla riassunta come la sento, profondamente mia, ricca di persone, umanità e veri sentimenti, quelli di cui Napoli è ancora capace e questa sarà la sua forza per la rinascita.” Non ve lo perdete! È uno strumento di cultura, storia, tradizioni e ricette che contiene il messaggio della Napoli intatta, quella che crede fortemente che la nostra città non possa morire sepolta dai veleni d’ogni tipo, quelli insiti nel contesto urbano e quelli che ci ‘regalano’ dall’esterno…”

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