Ormai raccontare delle tracce di carne di cavallo in prodotti a base di carne di Manzo distribuiti in mezza Europa non fa più notizia. Molte sono le aziende coinvolte, la maggior parte indirettamente, nello scandalo della carne equina.

    Due sono le riflessioni che possono essere fatte sull’argomento. La prima ha a che fare con la salute e va oltre la mera discussione nata attorno alla carne di cavallo. Che sia giusto o no mangiarla, dipende da voi, da quanto siete amici dei cavalli. E non ci deve essere seguito a quest’affermazione. Altrimenti prevedo all’orizzonte scontri epocali tra gli amici del cavallo e gli amici della mucca. Non si deve neanche dibattere sulla frode alimentare: se c’è scritto sull’etichetta del prodotto che è a base di manzo, quella deve esserci, e questo è un’altro dato di fatto. Il punto è: ma da quando la carne equina costa meno di quella di manzo? La risposta è duplice: da un lato i cavalli mandati al macello sono aumentati negli ultimi anni. Molti sono i proprietari che non possono più permettersi di mantenere un cavallo. Un po’ come chi affonda uno yacht  piuttosto che sostenere i costi di mantenimento, se mi consentite il paragone. Dall’altro lato, c’è invece il dubbio che tra i cavalli siano stati illegalmente macellati anche dei cavalli da corsa. La pratica è vietata a causa delle forti dosi di medicine somministrate a questi animali, che rendono la carne nociva per la salute. Speriamo che valga solo la prima spiegazione e non anche la seconda.

    La seconda riflessione è più di carattere economico ma, come spesso succede, l’economia reale ha impatti anche sul bilancio ecologico. Riportiamo di seguito una mappa del Corriere Della Sera che spiega bene quale sia l’incredibile viaggio della carne in giro per l’europa.

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    Non sono contro la globalizzazione ma un conto è comprare cellulari dalla Cina o biciclette da Taiwan, un altro è globalizzare quello che mangiamo. Come possiamo disincentivare queste cattive abitudini commerciali? L’unica alternativa è affidarsi alla filiera corta e, come consumatori, avere il massimo delle informazioni sulla provenienza dei prodotti. Si può aderire ai GAS (gruppi di acquisto solidale), si possono preferire prodotti di stagione che provengono dal territorio considerando anche che quelli non di stagione di sicuro fanno un viaggio più lungo…) e così via. Le industrie possono fare di più, informando al meglio i consumatori ma soprattutto migliorando la qualità della propria fornitura. Il messaggio che sta passando, e a tratti a ragione, è che il prodotto industriale sia di qualità scandente o, in altre parole: “chissà quella roba da dove arriva”, quando il processo industriale invece garantisce anche aspetti positivi come controlli maggiori, maggiore igiene ecc ecc. Un altro esempio: “meglio un gamberetto surgelato all’origine che uno fresco ma senza garanzia di vera freschezza”.

    E voi, come vi state orientando per i vostri acquisti?

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