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    Quando si parla di vini non standardizzati, che incarnano il territorio, le uve, il produttore, non si può non pensare a Triple A. Nel manifesto redatto nel 2001 da Luca Gargano della Velier – l’azienda distributrice dei vini della triple A- viene spiegato il significato che sottende alle 3 A (Agricoltori, Artigiani, Artisti) .

    imageDopo aver girato sul loro sito (www.tripleA.it) la curiosità di saperne di più mi ha spinto ad andare a Sestri Levante (GE) qualche settimana fa all’evento ospitato presso l’hotel i Castelli, magnifica location con splendida terrazza vista golfo, dove i produttori dell’Associazione ci hanno presentato i loro vini e la filosofia che muove ciascuno di loro. E tra una chiacchiera e l’altra il significato delle loro A è stato evidente più che mai.
    Molti nascono o si sono convertiti alle pratiche della biodinamica e tutti, secondo il decalogo che si sono dati e che vi invito a leggere sul sito effettuano produzioni senza diserbanti né sostanze chimiche di sintesi, raccolta delle uve manuale, quasi nessun intervento in cantina con uso di lieviti indigeni, solforosa solo in minime quantità, nessuna chiarifica o filtrazione all’imbottigliamento.

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    Ulteriore comunione di pensiero è la passione estrema per il loro lavoro, amore e per la tradizione (diversi di loro vendemmiano ancora schiacciando l’uva coi piedi), e per la sperimentazione – penso, giusto per citarne alcune alla ligure Azienda Agricola La Felce, che sperimenterà la maturazione in damigiana e al Castello di Lispida coi terreni di roccia vulcanica che ha catturato la mia attenzione coll’ Amphora bianco 2013 (avevo già assaggiato il 2011 qualche anno fa ma il 2013 l’ho trovato superiore). La particolarità è la fermentazione spontanea e senza controllo della temperatura fatta in anfora con successivo affinamento in terracotta. Il risultato è un vino dai profumi abbastanza intensi, in bocca è fresco e sapido.

    imageIl livello qualitativo è stato molto alto. Anche senza filtrazione erano quasi tutti limpidi; vini con difetti o puzze strane non ne ho trovati (vero che non li ho bevuti tutti!), qualcuno, dopo presentazioni entusiaste, mi ha un po’ deluso. Ma per sentire un autentico nero d’Avola (dopo anni di mode che lo hanno snaturato, rendendolo uno dei vini d’aperitivo più richiesti), è bastato avvicinarsi al banco di Arianna Occhipinti. Nel vederla e sentendola parlare immagini già il suo vino, e la terra di Sicilia, meravigliosa, dal mare strepitoso e una terra calda, un po’ ruvida ma pronta ad aprirsi, e più la conosci più te ne innamori. Parlando di amore non posso non nominare le Tenute Dettori con le sue Signore vigne, alcune ultracentenarie da cui provengono vini concentrati ma freschi e assolutamente bevibili. Come non immaginarsi occhi chiusi e sorriso sornione a centellinare il suo centenario Dettori Rosso 17.5 gradi, Cannonau in purezza?

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    Ecco, la maggior parte dei vini mi hanno regalato ottime sensazioni, molti dei produttori mi hanno fatto riflettere col loro modi di raccontare, un po’ agricoltori, un po’ artigiani e un po’ personaggi. Artisti, appunto. Mentre lo scrivo penso a Luigi Tecce e ai suoi Pholifemo (Taurasi) e Satyricon Irpinia Campi Taurasini da uve Aglianico; a Stefano Bellotti di Cascina degli Ulivi Novi ligure.

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    E tra gli stranieri la scelta è dura, erano meno numericamente ma non meno validi tra cui l’azienda Movia i cui terreni insistono tra il territorio Sloveno e quello italiano (Collio) col suo Puro rosè, Pinot nero 100 % da vendemmia tardiva. Senza aggiunta di “liqueur de tirage” né “liqueur d’expedition” (non si effettua il degorgement ma il vino resta sur lie fino all’apertura della bottiglia). A tamponare l’effetto alcol il pane di Alessandro Alessandri, che se producesse vini sarebbe sicuramente anche lui nella Triple A. Ma possiede l’arte della panificazione (provare la sua pizza ed pane, per credere). La giornata è volata, siamo usciti dall’hotel pervasi da una sensazione di benessere. In questo caso l’alcol centra poco. Credo che la primavera fosse già nell’aria.

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