Oggi mi sono svegliato così, un po’ come il tempo che si vede dalla finestra, incerto se volgere al peggio o al sole. Insomma, una totale incertezza, con un sacco di dubbi, dopo una settimana d’indigestione di food blogging.

    Ho trascorso una settimana a zonzo tra degustazioni, serate a tema, proposte di corsi di cucina, di cake design, di degustazioni di vini o birre e chi più ne ha più ne metta. Sono riuscito, fortunatamente, anche a cenare una sera alla carta, riportando un minimo di autostima e capacità di prendere decisioni al sottoscritto, tanto che, spinto da un impeto di orgoglio, ho anche organizzato una serata sushi-fatto-in-casa-con-amici molto soddisfacente. Tranquilli, non siamo alle prime armi, ho anche il bollitore giapponese per il riso (giapponese anche il riso). E poi posso bere quello che preferisco piuttosto che le tipiche proposte sotto la media dei ristoranti giapponesi.

    Ed ecco che, nonostante l’indigestione, mi trovo di domenica mattina a pensare e a scrivere di ciò che ho mangiato e bevuto. Ma la sensazione è quella di averci pensato troppo, di aver avuto troppe proposte, troppo da leggere, troppo di tutto, troppo di troppo, e di essere un po’ appesantito da tutto questo.

    Come unica medicina intravedo la qualità: bere poco ma meglio, mangiare meno ma meglio, cosa comunque non facile. Leggere poco ma solo cose interessanti è ancora meno facile. La cosa più difficile ancora è scrivere meglio, e se scrivessi bene ancora meglio, cosa che mi impegnerò a fare su queste pagine.

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